Life is…


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Bellina eh, pero’ cazzo non ride mai!

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Una pillolina rilassante, da tirare fuori dalla tasca e offrire all’occorrenza a impettiti, nervosi, sempre di corsa, seri, incazzati, egocentrici, puntuali, motivati, severi, iperproduttivi, risoluti, determinati, illuminati, organizzati, efficienti, irremovibili, radicali, in carriera. A tutti voi che incrociate la vostra strada con la mia, una richiesta dal cuore: “Man, take a chill pill!”

Sole su. Ancora dieci minuti, il caffe’ borbotta, testa pesante, bacio, il micio si struscia; giornale al cesso, sguardo allo specchio: AAAAARRRGGGGHHHH!, Splash!, Luther Vandross, bacio, profumo di saponetta, un’occhiata al blog, 9 e 11, le chiavi, aria fresca nelle narici, rumore di clacson, Mariooooo! Mani che salutano. Un’altra domenica–altro giro, altra corsa.

Uno dei piu’ memorabili monologhi cinematografici della decade passata. Sono scelte che tutti ad un certo punto dobbiamo fare. Ma pochi le hanno passate ai raggi x come Mark “Rent-boy” Renton:

Choose Life. Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television, choose washing machines, cars, compact disc players and electrical tin openers. Choose good health, low cholesterol, and dental insurance. Choose fixed interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisurewear and matching luggage. Choose a three-piece suite on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who the fuck you are on a Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing, spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pishing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked up brats you spawned to replace yourself. Choose your future. Choose life… But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life. I chose somethin’ else. And the reasons? There are no reasons. Who needs reasons when you’ve got heroin?” (testo: IMDB)

Qual’e’ la prima cosa che due sconosciuti fanno quando si incontrano? Si scambiano informazioni. Chi sei, che fai, dove abiti, sei sposato, ecc. Eppure dovremmo sapere bene che le risposte a queste domande non ci descrivono, che quest’inventario di stati presenti e’ buono tutt’al piu’ per i documenti. Il presente e’ solo uno stato transitorio cui siamo approdati per le nostre azioni passate e che stiamo per lasciarci alle spalle per nuove vite future. Quante volte a certe domande vorrei rispondere “Preferisco non rispondere” ma poi ho preferisco evitare di essere preso per matto. Ma con la mia nuova amica niente domande al presente, solo passato e futuro. Perche’ quello che siamo e’ solo il riflesso di cio’ che fummo e l’abbozzo di cio’ che forse, un giorno-se tutto va bene-saremo.

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Nell’ultimo libro di Nick Hornby c’e’ un magistrale ritratto di Nick Drake, cantautore morto suicida nel 1974 a 26 anni:

Fratello, e’ come se avesse distillato tutta la malinconia del mondo, tutti i lividi e quei sogni del cazzo che ti sei lasciato alle spalle, e ne avesse versato l’essenza in una bottiglietta e l’avesse tappata. E quando comincia a suonare e cantare, la stappa, e puoi sentirne l’odore.

Che belle parole; difficile che qualcuno un giorno le dica di noi. Ma mi viene il dubbio che sia piu’ facile imbottigliare il dolore in una canzone, o catturarlo in un quadro, di quanto sia acchiappare il suo piu’ sfuggente alter ego, la gioia. Forse perche’ il dolore quando arriva sembra non voler piu’ andare via; galleggia nell’aria e si lascia esplorare nei suoi anfratti piu’ minuti? E invece la gioia e’ piu’ incostante, ci fa visita, anche spesso, ma non rimane mai a lungo. E’ per questo che siamo meno bravi a descriverla? Sapreste consigliarmi una canzone, un quadro, un libro pieno di gioia?